L’incorruttibile verità: Giacomo Matteotti e il coraggio che mette a nudo il Potere |
C’è un momento esatto in cui la politica cessa di essere un gioco di specchi, un mero esercizio di pesi, contrappesi e convenienze personali, per farsi testimonianza civile e sacrificio supremo. Quel momento ha una data, un’ora e un luogo precisi della nostra storia nazionale: il pomeriggio del 30 maggio 1924, all’interno dell’Aula della Camera dei Deputati. Da un lato c’è un emiciclo in gran parte piegato dal timore, intimidito dalle minacce o apertamente complice del nuovo corso autoritario; dall’altro un uomo solo, elegante nel suo abito scuro, metodico fino all’ossessione nei suoi studi, che si alza per smontare — pezzo dopo pezzo, documenti e verbali alla mano — la legittimità delle elezioni politiche che hanno appena consegnato l’Italia al fascismo. Giacomo Matteotti, nato a Fratta Polesine il 22 maggio 1885, sapeva perfettamente che quella verità possedeva un prezzo altissimo, forse definitivo. Ma decise, con una serenità che sconcerta ancora oggi i posteri, che la dignità del popolo italiano e la salvaguardia delle sue istituzioni valevano molto più della sua stessa incolumità o della sua vita.
Il clima plumbeo in cui si svolsero le elezioni del 1924 non aveva nulla a che fare con una normale competizione democratica, configurandosi piuttosto come l’esito di un sistematico e brutale terrore di provincia, pianificato per soffocare ogni voce dissenziente. Matteotti, in veste di segretario del Partito Socialista Unitario, salì alla tribuna parlamentare non per lanciare vuote invettive retoriche o teoremi astratti, ma per costringere l’Assemblea a guardare in faccia un elenco stringente, documentato e spietato di fatti incontestabili. Denunciò i pestaggi, le violenze delle camicie nere nei seggi, i presidi armati della milizia, i certificati elettorali sottratti con la forza ai cittadini e........