L’illusione del cambiamento e il ritorno di Marte: perché la destra è, da sempre, la guerra
Di fronte al declino di un modello economico che per decenni ha promesso benessere e ha consegnato precarietà, milioni di cittadini hanno cercato rifugio nell’urna, invocando a gran voce un “cambiamento” che avesse il sapore della rottura definitiva. Hanno scelto le destre moderne, convinti che quel nuovo volto politico fosse l’unico antidoto alla paura del futuro. Cercavano sicurezza, protezione e un ritorno all’ordine in un mondo che sembrava sfuggire di mano. Il cambiamento che sognavano nelle loro camerette, tra un post e l’altro, è finalmente arrivato, ma non ha le fattezze della prosperità: ha il volto della mobilitazione militare. Perché nella storia, dire “Destra” ha quasi sempre significato, inevitabilmente, dire “Guerra”. Non si tratta di una coincidenza sfortunata, ma di un’identità politica precisa che si ripete. Quando si soffia costantemente sul fuoco del nazionalismo per giustificare i fallimenti interni di un Paese, si crea una tensione sociale che richiede sempre un nemico da combattere. Senza qualcuno da incolpare — che sia lo straniero, l’istituzione internazionale o il vicino di confine — queste forze perdono rapidamente il loro consenso. La retorica della forza e del “pugno duro” non può restare confinata ai comizi o ai video sui social: per sua natura, ha bisogno di un vero campo di battaglia per dimostrare di essere reale. La propaganda bellica diventa così l’unico modo per tenere unita una nazione che non ha più risposte economiche da dare ai suoi cittadini. Questo desiderio di scontro non è un fenomeno solo europeo, ma un’onda d’urto che sta travolgendo l’intero pianeta, dall’America Latina alle steppe asiatiche. È un’internazionale del risentimento dove leader diversi parlano lingue differenti ma usano lo stesso identico alfabeto: quello della forza bruta e del disprezzo per le regole comuni. In ogni continente, le destre moderne hanno convinto le classi medie impoverite che chiudere i confini, armarsi e alzare la voce fosse l’unica via per la sopravvivenza. Hanno trasformato il mondo in una polveriera, dove ogni “interesse nazionale” diventa una miccia pronta a innescare un’esplosione globale. Mentre i servizi pubblici, la sanità e il benessere sociale vengono sistematicamente tagliati in nome del rigore o dell’emergenza, l’unica industria che non conosce crisi è quella della difesa. Lo Stato smette di investire sulla qualità della vita dei suoi giovani e inizia a investire massicciamente nella tecnologia della morte, spacciando l’acquisto di nuovi armamenti per “necessità di sicurezza”. È un patto cinico e silenzioso: quando l’economia civile si ferma e i consumi calano, l’industria bellica diventa l’unico motore capace di generare ordini e lavoro. Si costruiscono missili perché non si sanno più costruire ospedali, preparando il terreno per un conflitto che giustifichi quegli stessi investimenti. In questo scenario, l’autoritarismo diventa l’unica risposta possibile alla crisi dei consumi e della democrazia. Invece di ridistribuire la ricchezza per placare il malcontento, si sceglie di controllare la rabbia della gente attraverso la disciplina. La società viene lentamente riorganizzata come se fosse una caserma a cielo aperto: chi non è d’accordo con la linea del leader è considerato un traditore, e l’obbedienza cieca diventa l’unica virtù ammessa. Chi voleva “scuotere il sistema” votando queste forze ci è riuscito perfettamente, ma nel farlo ha abbattuto quegli argini diplomatici e quei trattati internazionali che, pur con tutti i loro limiti, avevano garantito il più lungo periodo di pace della nostra storia recente. Il risveglio da questo sogno sovranista è brutale e non ammette scuse. La guerra vera non ha nulla a che fare con i meme bellicosi o gli slogan urlati nelle piazze virtuali; è una realtà fatta di sacrifici reali, di mobilitazioni forzate e di una paura che non si spegne con un clic. La responsabilità storica di questa situazione ricade interamente su chi ha preferito la seduzione facile del “prima noi” alla faticosa costruzione della cooperazione tra i popoli. Avete invocato il cambiamento con una leggerezza imperdonabile? Eccolo, è arrivato. Ha l’odore acre della polvere da sparo e il rumore dei cingoli che avanzano. Ora che la storia ha smesso di essere un post da commentare ed è tornata a essere un mostro da nutrire, non resta che assumersi il peso di averla risvegliata. Redde rationem!
