L’eclissi dell’umano e la memoria tradita: se la barbarie evoca lo spettro del Novecento

​Ci sono parole che non nascono dall’inchiostro, ma dalla polvere, dal dolore e dal sangue di una terra ferita a morte. La lettera straziante di Ali Tahrawi, medico a Gaza, non è una semplice cronaca della sofferenza; è un lamento disperato indirizzato al mondo, che ribalta le leggi stesse della pietà. Rivolgendosi a un “cane indifeso di Ramallah”, il dottor Tahrawi solleva uno specchio tremante davanti agli occhi dell’umanità: usa la vulnerabilità di una creatura muta per riflettere l’orrore indicibile che sta divorando i corpi, le case e le anime degli esseri umani in Palestina. In un tempo in cui il linguaggio formalizzato della diplomazia si è fatto di pietra, in cui i trattati internazionali sono ridotti a cenere e lo sguardo dell’Occidente si è scoperto cieco, questa lettera diventa l’ultimo approdo del cuore, il disperato tentativo di chi urla nella notte per non essere cancellato dal libro dei vivi. Questo manifesto di sofferenza e dignità ci costringe a guardare nell’abisso, spingendo storici e intellettuali a interrogarsi su un paradosso atroce: il rischio che un antico trauma collettivo si sia convertito in una struttura di oppressione permanente, e che la violenza coloniale abbia finito per ricalcare i sentieri più oscuri del secolo scorso.

​L’espressione “animali umani”, che Tahrawi evoca con doloroso sdegno, risuona cupamente nei corridoi della memoria storica europea. Nel contesto del conflitto mediorientale, l’uso di questo specifico vocabolario da parte di alti quadri politici e comandanti militari non può essere archiviato come un semplice incidente verbale o un eccesso di retorica bellica; si tratta di una precisa, scientifica strategia di riduzione dell’altro. Definire un intero popolo come “sub-umano” o biologicamente inferiore serve storicamente a rimuovere l’ostacolo morale della pietas........

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