La guerra come mestiere. La mattina non andiamo in ufficio ma a combattere |
La guerra per i nostri nonni era una frattura della normalità. Per noi rischia di diventare una routine. Non ho mai chiesto a mio nonno che cosa abbia significato davvero vivere in guerra: l’ansia di ascoltare la radio, la paura di aprire il giornale, l’incertezza di ogni giornata. Posso solo immaginarlo. So però che in quegli anni la guerra non conviveva con la vita quotidiana: la travolgeva. Cambiava tutto, dalle abitudini familiari ai gesti più semplici. Nessuno pensava alle vacanze. Oggi il mondo sembra aver imparato a convivere con i conflitti. Mentre missili, bombe e droni si incrociano nei cieli – ognuno con la sua destinazione programmata prima di fare il “botto”, per usare l’espressione del nostro ministro degli Esteri che Crozza ha già trasformato in caricatura – i turisti nelle località del Mar Rosso continuano tranquillamente a fare snorkeling. Se un volo viene cancellato per ragioni di sicurezza, pazienza: si cambia rotta, si aggiunge uno scalo, e magari si fa un bagno in più. La guerra resta sullo sfondo, come un temporale lontano. In fondo è diventata parte del paesaggio globale. Oggi nel mondo sono decine i conflitti armati in corso tra guerre interne e internazionali nei Paesi membri delle Nazioni Unite. Numeri che paradossalmente non fanno più notizia. Ci siamo abituati. Anche l’economia si è adattata. C’è chi una volta lavorava in banca e oggi, direttamente o indirettamente, trova occupazione in aziende che producono armi. “Botti”, per restare nella metafora. La guerra non è più soltanto un evento: è anche un settore produttivo. Naturalmente ci rassicurano con la tecnologia. Oggi – ci dicono – esistono le armi intelligenti. Ordigni capaci di colpire con precisione chirurgica. Talmente precisi che sulla carta potrebbero centrare la mosca che ronza sopra lo sterco in campagna senza sfiorare il melone che quello sterco ha appena concimato lì accanto. Peccato che puntualmente scuole e ospedali continuino a essere colpiti. Succede in Ucraina e in Iran, è successo a Gaza e in ogni conflitto contemporaneo. A questo punto viene da pensare che quelle armi più che intelligenti restino drammaticamente stupide. I nostri nonni non avevano droni né missili guidati. Si affidavano all’intuito e all’esperienza per capire dove sarebbe potuta cadere una bomba. Spesso sbagliavano. Ma una cosa probabilmente l’avevano capita meglio di noi: la guerra non è una normalità. È un fallimento. E il giorno in cui smette di spaventarci è forse il giorno in cui abbiamo iniziato ad accettarla come un mestiere qualsiasi.