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Nascita, ascesa e declino del paparazzo, eroe involontario

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13.09.2017

Una decina d’anni fa, quando The Atlantic, la nobile ultracentenaria rivista americana che pubblicò Ralph Waldo Emerson, Emily Dickinson, Nathaniel Hawthorne, mise in copertina una foto paparazzata di Britney Spears, un editorialista del Washington Post si chiese ironicamente se stesse per arrivare la fine del mondo.

In realtà, l’Atlantic aveva solo scoperto l’esistenza dei paparazzi e il loro potere mediatico. Ma i profeti della fotografia impertinente avevano cominciato ben mezzo secolo prima a predicare e praticare quel collasso di cultura alta e cultura bassa, quell’assalto prometeico all’Olimpo per rubare una scintilla di flash. Qui da noi, in Italia.

I paparazzi, vil razza dannata, sottoproletari dell’obiettivo, sono una nostra invenzione. E sono stati, storcano pure il naso i critici austeri e i fotografi sussiegosi, l’unico contributo del tutto originale del nostro paese alla storia della fotografia mondiale.

Una mostra torinese, a Camera, uno spazio dedicato alla fotografia d’autore e di ricerca, racconta criticamente quel primato scomodo, per molti addirittura vergognoso, raramente rivendicato.

Trent’anni fa, è vero, una grande retrospettiva veneziana aveva già reso colto omaggio ai famigerati cacciatori di celebrità fuori posa. Ma il concetto di paparazzismo, la pratica e la parola stessa sembravano ormai consegnate alla storia del costume, rimpiazzati dal più generico gossip e dalla più educata fotografia people.

Ma passarono pochi anni e si udì spaventoso lo schianto dell’auto di Diana Spencer nel sottopasso dell’Alma, inseguita da un drappello di quelli che, improvvisamente, imperiosamente e concordemente, le news tornarono a definire, come un insulto, paparazzi.

E si scoprì che quel mestiere inventato quasi per ripiego nelle notti romane degli anni Cinquanta esisteva ancora, anzi era diventato un business miliardario e internazionale che lo scandalo della principessa infelice non riuscì minimamente a scalfire.

Undici anni dopo, nel 2008, l’anno della copertina dell’Atlantic, Britney Spears era pedinata ogni notte da una quarantina di fotografi. Agenzie con nomi che a noi dicono poco, X17, Splash News, Fame Pictures, Insight News, fatturavano cifre da capogiro vendendo fotografie esteticamente insignificanti sugli affari privati delle star dello showbiz, scattate spesso da giovani immigrati ispanici sottopagati e digiuni di tecnica fotografica fino al momento di spingere per la prima volta il bottone di una superaccessoriata megazoom.

E tra le vere o finte proteste dei suoi colleghi, la mica scema Lady Gaga cantava “sono il tuo più grande fan, ti pedinerò fin quando non mi amerai, sono il tuo papa-papa-paparazzo”.

L’invadenza beffarda è un vecchio vizio dei fotografi. Alla fine dell’Ottocento l’Europa cadde in preda a una vera e propria psicosi fobica per le detective camera nascoste in scatole da scarpe, borse, bottoni all’occhiello.

Ma l’idea di farne un’arma per mettere in piazza la privacy delle celebrità è tutta italiana, e forse venne per prima al conte Giuseppe Primoli, gran dilettante fotografo, quel giorno che fece clic! mentre Edgar Degas usciva dal vespasiano abbottonandosi la patta, o magari venne a Luca Comerio, pioniere cineasta milanese, cacciato da corte per aver fotografato un Savoia in pigiama affacciato alla finestra.

Ma solo quando nella notte di ferragosto del 1958, torpido mese senza notizie, Tazio Secchiaroli sparò una serie di flash in faccia ad Anita Ekberg all’uscita del night Vecchia Roma, e il marito Antony Steel si gettò infuriato su di lui, e quelle foto finirono sui giornali, solo allora si capì che era nato un genere fotografico nuovo di zecca, uno dei pochi senza alcun precedente nella storia della pittura.

All’epoca Roma era una Hollywood tiberina, extraterritoriale e goduriosa, un paradiso per gli attori americani che di giorno recitavano a Cinecittà e di sera si sentivano in vacanza e rilassavano i freni.

Ma i paparazzi requisirono di forza quei loro after hour privati per riportarli sull’avanscena della merce spettacolo: sei un divo, sei una divina, sei una star che accende le fantasia della parrucchiera e dell’impiegato del catasto? Bene, sarai condannato ad esserlo ventiquattrore su ventiquattro.

Chi erano i paparazzi? Avevano nomi popolani, da inurbati recenti, Cioni, Bavagnoli, Praturlon, Spinelli, Sorci. Quando Fellini, occhio fine, li avvistò e ne ricavò (modellandolo proprio su Secchiaroli) un personaggio archetipo della sua Dolce vita, come eponimo scelse un cognome buffo, meridionale, Paparazzo, forse era un albergatore amico di Flaiano, il suo sceneggiatore.

I paparazzi erano gli eredi degli “scattini” che vendevano ritratti di strada ai militari americani o ai primi bagnanti, giravano in due su una lambretta, a loro spese, mangiavano se vendevano. La cosa strana è che le immagini che vendevano ai giornali del pomeriggio, ai rotocalchi popolari, in realtà erano nulla: signori eleganti e signore fascinose a passeggio sui marciapiedi, all’uscita da discoteche, ma quale scandalo? Lo spogliarello del Rugantino fu un’eccezione e la sua protagonista Aiché Nana era una sconosciuta ballerina turca.

I divi sbirciati fuori servizio, qualche reale in esilio come Farouk, erano ben poco appariscenti, al massimo erano coppie irregolari, le tresche e i tradimenti tra celebrità stuzzicavano la libido dello spettatore, ma cosa c’era davvero da vedere?

Le foto rubate da Marcello Geppetti ai baci in costume da bagno fra Liz Taylor e Richard Burton sono terribilmente meno sensuali delle foto che si facevano fare in pose seducenti e glamour per le locandine dei film.

No, non fu il voyeurismo la briscola dei paparazzi. Fu l’affermazione visuale del potere, assoluto, dispotico, che il pubblico rivendicava sulla vita, la persona, il corpo dell’attore. Alter ego dell’uomo della strada, proletario come lui, il paparazzo fu la figura mediatica e medianica che incarnò quel prepotente diritto di sguardo, materializzandolo a colpi di flash, arma retorica, rete di luce proiettata dall’occhio vitreo del fotografo che avviluppa la preda, sguardo siderante della Medusa.

Le reazioni delle prede, ampiamente previste (e sì, qualche volta anche concordate, via… si capì presto che era una gran pubblicità…) confermavano semplicemente questa........

© La Repubblica