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Il caso Dell'Utri e la necessità improrogabile di eliminare il "concorso esterno"

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14.01.2018

A scanso di pericolosi equivoci – tutto vorrei tranne che ritrovarmi indagato come atto dovuto, per carità, per un reato tipo “empatia esterna” in associazione mafiosa o chessò altro – premetto e preciso che non conosco né Dell’Utri né i suoi amici. Ma ciononostante mi inuggisce da qualche giorno una sorta di fastidiosissimo rovello, esattamente da quando ho riletto di lui sui media per via delle ultime vicissitudini processuali. Nessuna uggia, ci mancherebbe altro!, se parlassimo di condanna per appartenenza organica a una associazione mafiosa o per qualsiasi altro delitto canonico; ma invece no, non è stato così, è in carcere perché, pur non essendo legato alla realtà mafiosa né da rapporto associativo né dalla sottesa affectio societatis, avrebbe però “contribuito causalmente al rafforzamento delle capacità operative dell’associazione ed alla realizzazione anche parziale del programma criminoso” operando (o tentando) una mediazione tra chi era o poteva divenire vittima e alcuni suoi conoscenti, corregionali compagni di gioventù divenuti fior di mafiosi (il primo e tra i più pericolosi quello conosciuto in una società calcistica da lui stesso fondata). Avrebbe svolto, insomma, “funzione di garanzia” su richiesta di noto imprenditore e così avrebbe favorito un di lui “assoggettamento al pizzo”.

Tento di essere più chiaro. Uggia anche perché mi domando – e non so rispondermi – nella situazione in cui si trova (che purtroppo tanti altri hanno vissuto e continuano a vivere) cosa possa pensare Dell’Utri tutte le sere prima di addormentarsi e tutte le mattine quando apre gli occhi; e quali possano essere le sue considerazioni dietro le sbarre, visto che con la massacrante carcerazione gli è stato tolto l’ultimo scampolo di vita. E non per aver fatto parte di........

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