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J’accuse contro la decrescita

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06.12.2018

[Pubblichiamo un estratto del discorso fatto ieri a Genova da Filippo Delle Piane, presidente di Ance Genova, all’assemblea annuale dell’associazione]

Se non fossimo imprenditori, ossia quel particolare genere umano che – come diceva Winston Churchill dell’ottimista – riesce a vedere l’opportunità in ogni difficoltà, anziché la difficoltà in ogni opportunità, e se non ci sentissimo classe dirigente del nostro paese – una classe dirigente che, come scrive Carlo Bonomi nella sua splendida relazione all’Assemblea di quest’anno di Assolombarda, ha la responsabilità del futuro e il dovere di avere fiducia nel saperlo costruire - avremmo molte buone ragioni per essere seriamente preoccupati per il nostro domani.

Non ho bisogno di sottolineare la delicatezza dell’attuale situazione politica ed economica del paese e la sconcertante linea d’intervento del governo, che non sembra curarsi degli investimenti – in lavoro, tecnologie, ricerca e sviluppo, infrastrutture, ammodernamento dei servizi e della macchina amministrativa – ma solo della contingente esigenza elettoralistica di un assistenzialismo miope e improduttivo. Né devo ricordare a Voi cosa significhi non investire: vuol dire impoverire il paese, aumentare la spesa senza prospettive di crescita e sviluppo, indebitarsi per alimentare l’emorragia delle uscite, innalzando il debito pubblico senza creare ricchezza.

Sappiamo bene che l’aumento della spesa pubblica - anche a prescindere dagli effetti che ha sul debito e, quindi, sui nostri figli - provoca effetti estremamente diversi a seconda di dove si sceglie di allocare le risorse e dell’efficienza dell’apparato amministrativo chiamato a dare concreta attuazione a quelle scelte. Un paese che investe poco e che, oltretutto, disperde nella palude dell’immobilismo burocratico le già misere risorse messe a bilancio è un paese il cui triste destino è sin troppo facile da prevedere. Il nostro comparto offre la più nitida fotografia di questo scenario. Se guardiamo ai dati degli investimenti in costruzioni rileviamo un calo di oltre il 50 per cento negli ultimi 10 anni, che ha determinato un deficit infrastrutturale di oltre 84 miliardi di euro. (…) La crisi, dunque, per quanto riguarda il settore edile, non è mai realmente finita e per uscirne è necessario un poderoso intervento di capitali pubblici e privati. Da questo punto di vista vi segnalo qualche dato: gli investimenti in edilizia hanno il più alto moltiplicatore di tutti i settori merceologici: per ogni miliardo speso si creano 17.000 posti di lavoro; compriamo l’85 per cento del nostro fabbisogno sul mercato interno; facciamo un mestiere che, nonostante la tecnologia permetta uno straordinario sviluppo sia dei materiali che dei processi produttivi, rimane fondamentalmente legato al fattore umano. Ma, dicevo, non è solo questo il motivo che rende l’impegno delle risorse nell’edilizia un buon affare. L’investimento in costruzioni è indispensabile e indifferibile, perché abbiamo un sistema........

© Il Foglio