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I sacchetti bio e la grande battaglia sulle percezioni

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18.01.2018

Nella storia italiana esistono determinati momenti, "casualmente" a ridosso delle elezioni, in cui sembra che tutti i cittadini insorgano per dire che c'è qualcosa di sbagliato, per chiedere un cambiamento o un'abolizione. Però il cambiamento non è sempre positivo e nel caso dei più recenti sacchetti bio sembra essere un'idiozia sociale generale, confusa e terribilmente noiosa. Ma questa vicenda ha avuto il pregio di ricordarci una cosa: come sia impressionante la misura in cui la battaglia che si combatte sulle politiche, sia una battaglia sulle percezioni.

Dal 1° gennaio 2011 la legislazione italiana ha previsto che i sacchetti monouso commercializzabili fossero esclusivamente quelli biodegradabili e compostabili, secondo la norma armonizzata UNI:EN 13432:2002 e che quelli in plastica tradizionale dovessero rispondere a criteri di riutilizzabilità e resistenza particolari.

I benefici ambientali dovuti all'applicazione di questa norma furono immediati: ci fu subito un decremento complessivo del consumo di sacchi usa e getta (50% nella grande distribuzione), un abbassamento del 29% delle emissioni di CO2 connesse all'energia necessaria per recuperare e smaltire i rifiuti in plastica e una riduzione del trasporto in discarica del 20,7% con un risparmio annuo di circa 5 milioni di euro. Oltre il 50% dei sacchetti per la raccolta del rifiuto organico, inoltre, vennero e sono tutt'ora reimpiegati e quindi la busta della spesa diventò da subito un'opportunità per estendere la raccolta differenziata dell'organico nelle municipalità.

Sulla questione dei sacchetti biodegradabili e compostabili, l'opinione pubblica dimostrò un grande consenso: secondo la fonte ISPO 2012, più del 90% ritenne che la legge fosse un passo in avanti nella tutela dell'ambiente.

La questione di oggi – quella delle buste bio nei reparti orto-frutta – è stata spostata su un altro piano, quello del prezzo. Gli........

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